MARTA GILARDI: il mio primo viaggio in savana dalla famiglia di mio marito maasai.

LA STORIA DI MARTA GILARDI:

Ciao sono Marta e volevo innanzitutto complimentarmi con l’idea avuta da Cristina e suo marito Willy di “inventarsi” una vacanza alternativa, unendo la vacanza ad esperienze uniche e sicuramente non scontate.

Ho conosciuto Cristina tanti anni fa, credo fosse nel 2009 quando lavoravo a Zanzibar, e nonostante i problemi, si cercava di tirare avanti e il nostro “tirare avanti” non era solo un modo di dire … Lei, mi ha poi confessato in seguito, che di me pensava fossi una “pazza” mica tanto a posto che viveva insieme a un maasai … ancora mica lo sapeva che sarebbe stata giudicata ancora più “matta” di me nel trasferirsi poi in seguito a vivere in una savana sconosciuta al mondo intero e a vivere nel niente tra tribù che oltre ai maasai, ad altre nemmeno si riesce a risalirne alle origini e darne un nome”. 😂

IL MIO VIAGGIO IN SAVANA

Ma arriviamo al mio viaggio in savana… il primo ( quello che non si scorda mai….).
Il villaggio della mia esperienza in Savana era a Maphisa e distante c.a. un’ora da Kibersahi dove vivono Cri e Willy, arrivai a sera inoltrata, dopo un estenuante viaggio su un pullman ma non mi dilungherò perché già raccontato da Cristina tempo fa in questo articolo: https://maasai-travel.com/2019/11/08/un-sogno-diventato-realta-in-tanzania-ringrazio-mio-marito-maasai/

Arrivai sulle classiche moto che fungono da taxi, carichiamo il borsone legandolo saldamente sul retro della moto che a malapena ci stavamo io e il guidatore, ovviamente mio marito era su un’altra moto con l’altra parte di bagaglio ma mi è andata bene considerando che loro sono abituati a salirci anche a famiglie intere… non ci avrei scommesso uno scellino tanzaniano sul loro funzionamento! Passammo attraverso strade che somigliano alle nostre di campagna (per chi ovviamente sa cosa voglia dire abitare in campagna), sterrate e piene di buche, tra campi con l’aggiunta di sentieri improvvisati che attraversavano direttamente la savana, con i rovi che all’improvviso mi frustavano braccia, gambe e viso…

Sembravamo in mezzo al nulla più completo…solo il rumore del motore e la visuale data dalla luce fioca del fanale della moto… poi all’improvviso la svolta, una curva e in mezzo al nulla ecco delle lucine con quattro capanne, quelle classiche, tipiche di fango.
Questa fu la prima volta che conobbi la famiglia di mio marito maasai la prima volta che timidamente mi ritrovai ad abbracciare e tra l’altro per loro non è usanza comune… un po’ impacciata ed emozionata e a soddisfare la curiosità di chi anche non aveva mai visto una “mzungu” (una bianca) , i bimbi soprattutto in quel caso, ma anche donne che non avevano mai lasciato il villaggio.

Mi perderei di nuovo in quei ricordi, in quelle emozioni da provare e vivere in modo completamente diverso dal nostro “ok, io in Africa già ci vivevo…ma lì non era la stessa cosa”!

Tagliando, con grande dispiacere, molto di ciò che vorrei raccontare altrimenti potrei scrivere direttamente un libro, dico solo che i giorni trascorsi passarono velocemente e non uno uguale all’altro…erano talmente tante le cose da fare, da imparare a fare, che arrivavi a sera e manco te ne rendevi conto e soprattutto mi sarei saziata a vita dell’importanza e del calore trasmesso da una “nuova famiglia” che dopo tutto mi aveva appena conosciuto.
Ci è stata ceduta una stanza, nella capanna della mamma di mio marito, una stanza costruita da poco, c’era ancora il fango fresco, te ne accorgervi toccando le pareti… Ci è stato ceduto un letto fatto di assi di legno su cui era posta sopra la classica pelle di vacca. L’unica che non ci aveva completamente ceduto il letto era stata mamma chioccia e le sue uova dietro le nostre teste, ma quello è stato ,oltre che divertente, quasi un gesto protettivo, come a dire “va beh intanto che bado alle mie uova veglio anche su di voi…” 😊

La sera poi, la mamma di mio marito ci ha preparato un calderone…era un pentolone davvero enorme, messo sul fuoco con tanta acqua bollente per farci fare il bagno, per togliere la stanchezza del viaggio (e questo non potrò mai dimenticarlo). In quelle capanne poi ci sono solo piccoli buchi qua e là grandi quasi come il cerchio di un bicchiere, aria e luce passano da lì quindi ci si deve abituare un po’ all’oscurità e se si accende anche il fuoco per scaldarsi il fumo può essere un po’ fastidioso per occhi e gola, per chi non è abituato, e io ne so qualcosa visto che ho rovesciato un pentolino di acqua per fare il loro squisitissimo chai-maziwa (the con latte) speziato…colta da un improvviso eccesso di tosse…che poi la scena si è trasformata in una ridicolissima scena “tragicomica”..

E come dimenticare la prima volta che le yeyo (donne maasai) volevano insegnarmi a mungere, un disastro, la mucca non collaborava! O la doccia col secchio fuori in cortile sotto le stelle, o il suono delle iene la sera mentre eri dietro la capanna a fare “ngollak” (pipì) e sperando che nessun animale decidesse di assaggiare il mio “endullí” (sedere) proprio in quel momento… Il giorno del mercato di bestiame, andammo praticamente caricati sopra un camion, sul retro di un camion per la precisione..insomma…non potrei mai dimenticare tutto questo e tanto altro ancora che non riuscirei a raccontare in breve tempo…

Tutto questo per dirvi che, se Cristina e Willy hanno deciso di condividere con voi tutto questo e altro ancora, non lasciatevi scappare una simile occasione, perché sicuramente non potrete mai più dimenticarla, rimarrà sempre nel vostro cuore ed ogni volta che vi ritroverete a raccontare la vostra esperienza sarà esattamente come riviverla un’altra volta e rivedrete i volti, i colori, i sorrisi, i profumi, gli odori, i suoni….e nessuno potrà toglierveli dalla testa e dal cuore.

Auguro a Cristina e Willy di continuare così, alla grande, e rimanere sempre genuini e naturali…questo è il vero successo, e chissà che la prossima volta che ci rincontreremo non sia proprio nel vostro di villaggio maasai come ospite della vostra bellissima casa! ❤

Ciao Marta

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Masai Travel Life Tanzania

Ti porto a casa mia, per farti conoscere la mia cultura, la mia tribu, il mio popolo con un viaggio diverso e alternativo. Poi al rientro nel vostro mondo mi spiegherete cosa significa essere colpiti dal "mal d'Africa" questa malattia inguaribile ed indefinibile!