LA CELEBRAZIONE DEI FUNERALI MAASAI: il racconto della morte di mio fratello al villaggio.

Era l’anno 2016 e io già vivevo in Italia, con mia moglie si erano organizzate le vacanze estive a casa savana in Tanzania in quanto si stava progettando di iniziare a costruirci la nostra casa come potrete leggere cliccando nel link: IL RACCONTO DI UN MAASAI E UN’ITALIANA IN TANZANIA.

Partivo felice poiché avevo da poco conseguito il diploma di licenza media e non vedevo l’ora di mostrarlo alla mia famiglia che non vedevo da più di un anno. Mio fratello non c’era, era andato a lavorare da una zia lontana da casa nostra ed era molto dispiaciuto di non poterci venire a trovare per passare del tempo con noi. La vacanza scorre felice tra famiglia e amici, la costruzione della casa stava prendendo forma ed eravamo soddisfatti ma il tempo scorre veloce e il nostro rientro in Italia si stava avvicinando. Decidiamo di partire per Dar es Salaam qualche giorno prima (la città dove si trova l’aeroporto). Essendo una città sulla costa e quindi ben fornita di negozi e mercati, volevamo riposarci qualche giorno al mare e acquistare dei regalini per i nostri parenti ed amici italiani.

Proprio in quei giorni mio fratello mi telefona e mi dice che è in viaggio per raggiungerci, non ci vedeva da anni e ci teneva almeno a passare qualche ora con noi prima del nostro rientro in Italia. Ricordo come oggi quella giornata insieme, al mercato ci comprammo due magliette uguali, che conserverò sempre con cura, comprò dei vestiti per la sua piccola Nasiyari, pranziamo insieme conversando tantissimo, andammo dal parrucchiere e fu una giornata indimenticabile poiché fu la nostra ultima volta insieme, era il 15 luglio 2016, si era festeggiato il compleanno di mia moglie da MacDonald’s, volevamo farle assaggiare il tipico hamburger, ricordo ancora la sua diffidenza al primo morso, ma ne rimase soddisfatto.

Che Moses si prendesse qualche giorno di ferie per stare con noi sembrava suggerito dal destino, come se già si sapesse che quella sarebbe stata l’ultima volta che ci si vedeva. In aeroporto ci siamo salutati abbracciandoci con un colpetto finale sulle spalle, abbiamo scattato un paio di foto e ci siamo seguiti con lo sguardo fino a quando si è potuto, questo è stato il nostro ultimo incontro.

Moses è il nome di mio fratello, la mia famiglia è molto devota e non potevano trovarne un nome più adatto, è proprio il nome che lo identificava, lui che ogni domenica leggeva la bibbia in chiesa e predicava la santa messa ai nostri villaggi, lui che aveva sempre un pensiero carino per tutti e ci teneva a far in modo che tutti stessimo insieme e vicino senza litigare, è nato cinque anni prima di me ed era “il mio fratellone” più grande della nostra numerosa famiglia composta da più femmine, adesso che lui se ne è andato mi sono rimasti solo due fratelli maschi, un fratello più piccolo e dei fratellastri.

Rientrato in Italia tutto proseguì come sempre, ci si sentiva tramite whatsapp inviandoci messaggi vocali o chiamandoci tramite la video chiamata, siamo una famiglia molto unita e la distanza ci tiene ancora più legati. Pochi mesi dopo in una delle nostre usuali conversazioni lamentava dei piccoli dolori alla schiena (così riferiva), nessuno aveva preso il lamento seriamente e lui proseguiva con il suo lavoro pensando non fosse niente di cui preoccuparsi. I maasai hanno una sopportazione del dolore fisico che non aiuta a comprendere nell’immediato se si abbia bisogno di un medico, di un ospedale o di nessuno.

Moses riuscì a trascorrere due mesi con il dolore in crescendo e così decise di lasciare il lavoro per rientrare a casa e riposare. Arrivò in tempo ad assistere alla nascita del suo secondo figlio (Jeremia) e noi nel frattempo lo invitavamo di rivolgersi a un medico. Improvvisamente faticò a respirare trovandosi obbligato a partire nell’immediato verso l’ospedale di Songe in compagnia di mio padre (c.a. un’ora di strada dal nostro villaggio). Le diagnosticarono una polmonite avanzata, entrò in coma e morì a distanza di una settimana. Il medico disse che era troppo tardi, le flebo di antibiotico non davano effetto e nonostante i loro sforzi non ci fu niente da fare, Moses ci lasciò tutti improvvisamente.

Di tutto ciò che stava accadendo io ne ero ignaro, ero impegnato in un nuovo corso studio in Italia e un tardo pomeriggio appena rientrato a casa accade qualcosa di strano. Vedo mia moglie rispondere al telefono ed uscire sul balcone, era il 21 dicembre 2016 ed a Trento le temperature scendono sotto lo zero in quelle ore. Esco e chiedo con chi sta parlando al freddo e a stenti mi risponde di attendere che poi mi avrebbe spiegato, in quel preciso istante stavo capendo che probabilmente mi avrebbe dato una brutta notizia…. Rientra in casa, si siede vicino a me, la conosco bene e noto il suo volto tirato, i suoi occhi già parlavano da soli e intravedevo una lacrima scendere, mi abbraccia forte e con la voce rotta mi dice:

“stavo conversando con tuo zio, mi ha spiegato che per vostra tradizione avrei dovuto farmi forza ed essere io a riportarti la notizia che non avrei mai voluto darti, in lacrime e tutto d’un fiato mi disse che mio fratello Moses non ce l’ha fatta e non sarebbe più con noi.”

Quel momento è stato terribile, mi trovavo a 9.200 km da lui e dalla mia famiglia senza aver possibilità economica di partire nell’immediato, eravamo a procinto Natale 2017 e un volo aereo sarebbe costato almeno Euro 1.200,00 mi tormentava il pensiero di non trovarmi a casa in quell’istante, stavo malissimo. Avevamo appena investito dei soldi nella nostra nuova casa in savana, dovevo ultimare un corso e non sapevo cosa fare.

A mio padre giunse la notizia che volevo tornare, mi telefonò, ci parlammo per moltissimo tempo e mi rincuorò dicendomi:

“figlio mio, se tu torni spendi un sacco di soldi per niente poiché tuo fratello indietro non torna, ora il figlio maschio più grande della famiglia sei tu e ne devi dare il buon esempio, tua moglie ti starà vicino, devi continuare a studiare che noi e Moses siamo fieri di te e ti sentiamo tra noi anche se non ci sei fisicamente. Vi vogliamo bene e tornate insieme appena potete che siete sempre i benvenuti e vi aspettiamo.”

Queste parole mi aiutarono a non fare nessun colpo di testa e di lottare portando avanti la mia quotidianità lontano da casa.

Mio fratello si trovava ancora in ospedale e si stava organizzando una macchina con il driver che riportasse la salma al villaggio di famiglia poiché i maasai e le tribù della savana non usano seppellire i deceduti in un cimitero comune, anche se i nostri due paesi più vicini quali Kiberashi e Gombero il cimitero esiste come da voi europei, ma per tradizione preferiamo sotterrarli in un terreno dedicato vicino al villaggio di famiglia per sentirli più vicino e andarli a salutare ogni qualvolta vogliamo senza avere il problema di lunghi spostamenti. Mi rendevo utile telefonicamente organizzando il necessario.

Gli amici e i parenti davano una mano scavando una profonda fossa nella terra nei d’intorni di casa, si è chiamato immediatamente il falegname che ci prepari una bara di legno, centinaia di persone ci hanno raggiunti sul posto grazie ai passa parola, la mia famiglia ha sacrificato una mucca per gli ospiti e molte donne si sono offerte di cucinare e preparare un chai di benvenuto a tutti i presenti che cercavano di dimostrare il loro affetto e sostegno grazie alla loro presenza.

Il giorno dopo l’arrivo, mio fratello venne seppellito, si recita una lunga predica pregando insieme a voce alta e ogni persona getta un ramo di foglie fino a coprirne la bara, da noi non si usano i fiori, forse non sono facilmente reperibili per la secca o comunque mai si è pensato, io ho scoperto questo rito in Italia. Ricoperta la buca di terra viene fatto un recinto di piante spinose in modo che passando nessuno calpesti involontariamente quella zona, oppure di rete per chi ha possibilità economiche e potrà persino costruirne una tomba in cemento e piastrelle ma per noi tribù della savana è ancora troppo costoso. Non si usano fotografie, forse perché da noi si è visto usare il primo smartphone nell’anno 2013 ma in tutti i casi crediamo che faccia stare più male dentro conservare una foto e guardarla, abbiamo la convinzione che il pensiero rimanga indelebile nel nostro cuore senza bisogno di piangere innanzi a una foto ricordo.

Un funerale costa caro anche da noi in Tanzania, la costruzione della bara, la macchina per chi è deceduto lontano da casa, pagare l’ospedale in quanto non è gratuito come in Europa, una spesa cospicua per dare il benvenuto agli ospiti che arrivano a salutare il defunto, una mucca o una grande capra da sacrificare, ci vogliono poco più di Euro 500,00 insomma come sempre al danno si aggiunge la beffa come si suol dire da voi…..

Terminata la cerimonia funebre della durata di qualche giorno, le persone iniziano a far rientro nei propri villaggi, cala il silenzio, il vuoto della sua presenza è incolmabile ancora oggi e mai si riempirà, i miei genitori a poca distanza di tempo hanno iniziato ad esternare il loro dolore fisicamente, mia madre porta ancora con se problemi al cuore e mio padre fu ricoverato in ospedale per problemi renali. Questo sicuramente è dovuto al fatto che non usiamo piangere o sfogarci in presenza di amici o famigliari, dobbiamo trovare la forza di accettare e superare questo duro momento di vita preferendo la compagnia dei vicini di casa e dei parenti che puoi stare tranquillo che mai ti lasceranno solo, affinché giorno per giorno ti vedranno reagire e vivere la vita di sempre.

Moses da qualche anno era felicemente sposato con Cecilia e padre di due figli piccoli che molti di voi hanno conosciuto in viaggio con noi a casa nostra. Nasyari quando è morto il padre non arrivava ai due anni mentre Jeremia è nato venti giorni prima dalla sua scomparsa.

Mio fratello stava assente per lavoro dei mesi sin dalla tenera età della piccola e tra l’altro Moses mi assomigliava così tanto che ad ogni mio ritorno dall’Italia in savana la piccola “Nasy” mi chiama felicemente papà convinta che io sia il babbo ritornato a casa dopo essermi assentato per lavoro, mentre Jeremia chiama papà mio fratello Jacopo in quanto è cresciuto con la sua assidua presenza al villaggio, questo in parte mi rattrista ma sarà il tempo e Dio a trovare la giusta soluzione a loro.

Io e Cristina da quel momento ci siamo promessi che avremo cresciuto quei due bambini rimasti orfani di padre con amore e saremo presenti in qualsiasi necessità, promettendoci che la nostra casa e il nostro sudato lavoro rimanga a loro in eredità con a capo Nasyari in quanto è la primogenita. La bambina essendo molto affezionata a Cristina sta imparando molto le vostre abitudini e il vostro stile di vita che servirà in futuro con il turista e in nostra assenza. Con mia moglie si è visto nascere e crescere questa splendida bambina, tra loro due è nato subito tanto amore tant’è che oggi, durante le video chiamate guarda Cristina con le lacrime agli occhi e chiede: “mamma quando vieni?” in italiano perfetto.

“Caro Moses, ti scrivo durante una quarantena obbligata in Italia in quanto ci troviamo nel mezzo di una pandemia denominata Covid19 e tutto questo tempo libero mi ha permesso di ricordarti e sentirti ancora più vicino di sempre, non preoccuparti di niente, noi siamo vicino ai tuoi figli, tua moglie e alla famiglia anche da lontano, da lassù prega che tutto vada bene in modo da poter raggiungere la nostra casa il prima possibile”!

Ti vogliamo tanto bene.

Ciao Cristina e William

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