HO SPOSATO UN MAASAI: la storia di Claudia tra Italia e Tanzania

Notti d’Africa

Ciao, sono Claudia e sono qua a raccontarvi la nostra storia:

La mia prima volta in Africa non sapevo cosa mi avrebbe investito e cambiato la vita per sempre. I primi ricordi sono olfattivi: l’aria inconfondibile salmastra e speziata dell’isola di Zanzibar, l’umidità della terra rossa sovrastata dal verde smeraldo della vegetazione, persone a piedi nudi nere come l’ebano, moltitudini di colori e frutti esotici, baracche fatiscenti come in un avamposto di una terra di confine …. eppure la sua bellezza mi avrebbe ipnotizzata per sempre.

La settimana programmata da turista era stata indimenticabile, avevo acquistato un “pacchetto” completo comprensivo di sole, spiaggia, mare e le stelle, stelle talmente luminose che ci sembrava di poterle toccare.

L’incontro con i guerrieri maasai, la loro bellezza primordiale ed allo stesso tempo elegante, mentre eseguivano le danze tradizionali con altissimi salti. Ricordo che la prima volta che ho visto un Masai di spalle ho pensato fosse una donna tanto era sottile e proporzionato. Se ne stava in equilibrio su una gamba, appoggiato al bastone ed in quella posa raffinata ricordava una ballerina od uno stambecco.

Ero arrivata lì con l’idea di fare la classica vacanza riposante e tonificante a bordo riva, all’occidentale, spiaggiata insieme ai miei pensieri. Sono ripartita con l’ansia di tornarci al più presto. Così tre mesi dopo mi sono rimbarcata su quell’aereo del tutto ignara, ancora una volta, di ciò che mi aspettava. In quel periodo della mia vita ero delusa dall’amore, triste e rassegnata dalla direzione che ormai sembrava aver preso la mia esistenza.

Quando ho incontrato quello che poi sarebbe diventato mio marito, non è stato esattamente un colpo di fulmine… ma mi è sembrato divertente, gentile e molto alto. Man mano che i giorni trascorrevano mi lasciavo andare nello sguardo dolce dei suoi occhi e nel suo sorriso contagioso. Un giorno in spiaggia mi ha vista triste ed ha cominciato a raccontarmi un’assurda storia di conchiglie, come si fa con i bambini.

Faceva parlare i protagonisti tra di loro:”Questa sera alla festa verranno anche Paguro e Stella Marina”diceva la lumaca di mare ed avvicinando il guscio al mio orecchio mi faceva ascoltare il dolce sciabordare delle onde sulla riva. In quel momento il tempo ha rallentato… nella semplicità di quel gesto ho intravisto il tipo di vita che avrei voluto intraprendere… scevra dagli scafandri che siamo abituati a portare ogni giorno, del tutto spontanea e naturale proprio come il suono del mare dentro quella conchiglia.

Quella sera stessa ci siamo baciati, mentre ballavamo un lento sulle note New age (nuova era) della musica del “Coccobello”. Quando sono ripartita non sapevo se e quando l’avrei rivisto ne come sarebbe proseguita quell’assurda avventura, ne che sarebbe diventata una storia d’amore. Parlavamo al telefono tutti i giorni anche un’ora e mezza e facevamo progetti per quando ci saremmo rivisti.

Nel frattempo ho lasciato mio marito (perché all’epoca ero sposata) e mi sono trasferita da un amica. Sono stati mesi incredibili, anche se eravamo a distanza. Ero persa completamente in un turbine di emozioni per me del tutto nuove: curiosità, incredulità, passione e mistero. Allora non sapevo ne avevo la certezza di come avremmo fatto a realizzare il nostro sogno di vivere assieme…

Ci abbiamo creduto… nonostante le brutte esperienze di conoscenti che mi venivano raccontate e le malelingue che a Zanzibar rappresentano il rovescio meno allettante della medaglia, ci abbiamo voluto credere senza troppe esitazioni.

Quando volevamo qualcosa ci mettevamo subito in moto per poterla realizzare e su questo eravamo perfettamente in sintonia. Quell’anno sono tornata in Tanzania cinque volte, delle quali due a casa sua in savana. Non sono mai stata impaurita dalla savana, anzi… il passare delle ore in famiglia, scandite dai ritmi quotidiani della pastorizia e della vita rurale me la facevano percepire con assoluta tranquillità.

Alla fine di quell’estate ci siamo sposati con il classico rito Masai in savana. C’è stata una lunga processione dalle case del villaggio fino al centro del boma (recinto), dove a terra era stata adagiata una pelle di mucca. Ci siamo scambiati le nostre promesse li sopra, con al polso dei braccialetti in pelle fresca che attiravano più mosche di una carcassa, attorniati da profumatissimi fiori Bianchi e dai volti di amici e parenti.

Poi ci sono state danze ed urla fino a notte fonda. A settembre sono rientrata in Italia sola ma con la consapevolezza che presto saremmo stati di nuovo insieme: avevamo infatti deciso di sposarci legalmente in municipio a dicembre. Mi sembrava incredibile che nel giro di un anno ero stata capace di rivoluzionare completamente la mia vita, uscire da un matrimonio infelice in tempi record e proiettare me stessa in una vita tutta nuova che mai avrei creduto possibile realizzare anche alla luce delle barriere culturali e linguistiche e dei preconcetti della gente ai quali spesso diamo un peso eccessivo.

A novembre ho scelto l’abito da sposa e le fedi ed il 29 dicembre 2017 convolavamo a nozze. Tornati in Italia, dove avevamo deciso di vivere, naturalmente la” realtà” ci ha investito… il nostro primo anno non è stato semplice.. tutt’altro ma le piccole crisi e le discussioni a poco a poco ci hanno fortificato. Oggi, a quasi tre anni di distanza abbiamo arredato un piccolo appartamento a Roma, mio marito ha trovato un lavoro, faticoso ma remunerativo e posso dire di aver realizzato la proiezione della vita che volevo.

A volte però, soprattutto in questi tempi duri per tutti noi, mi capita di sognare la mia amata Tanzania, il mio “ luogo sacro”. E’ un cuore pulsante, un luogo eterno dove tutto rimane possibile ed è come se le brutture del mondo esterno, nonostante la povertà e le epidemie, li non potessero mai entrare. Come se ci fosse una formula magica a protezione di quei luoghi dove gli albori dell’umanità hanno affondato le loro profonde radici.

Nei momenti difficili, mi basta ripensare ai bianchi sorrisi dei miei amici, alle serate in spiaggia, alla musica dai ritmi coinvolgenti ed irrefrenabili per volare di nuovo la.

”Ashe Naleng Tanzania yangu” (grazie mille Tanzania mia)…

Ciao, Claudia Spallone

IL NOSTRO AMORE A COLORI: dalla Gambia all’Italia

La storia di Stella e Abib

Avevo programmato la mia vita con scrupolosa attenzione. Avevo calcolato ogni minimo dettaglio di ciò che sarebbe stato il mio futuro. Di certo una relazione interculturale non era nei piani. Non l’avevo minimamente prevista e neanche desiderata. 

È successo. Mi è capitata. E molto onestamente ho lottato con tutte le mie forze contro me stessa per impedire che accadesse. 

Mi sono innamorata di un ragazzo che veniva da lontano, con una vita, una cultura, un credo, anni luce lontano al mio, ormai tre anni fa.

Mi sono innamorata di quel ragazzo e non c’è stato niente da fare.

Timido come non avevo mai conosciuto nessuno, a testa bassa, a malapena riusciva a dirmi Ciao.

Ma nonostante ciò, ogni volta che i nostri sguardi si incontravano, qualcosa di magico accadeva nell’aria.

Sarei bugiarda a dire che è stato facile. Ho dovuto combattere con pregiudizi che neanche mai avrei pensato di avere. Io, che mi ero sempre reputata la persona più aperta alla diversità e priva di limiti, non riuscivo a fidarmi, offuscata da pensieri costruiti dalla mia stessa mente, frutto di ciò che questa società mi aveva insegnato.

Eppure lui è riuscito piano piano a farsi spazio nel mio cuore, distruggendo ogni timore e ogni preconcetto che vi si era insidiato.

Mi sono innamorata di un ragazzo che nonostante venisse da lontano, con una vita, una cultura, un credo anni luce lontano dal mio, ho scoperto essere così simile a me. Sembra impossibile, ma noi ci siamo ritrovati. Nei discorsi, nei valori, nei principi. Abbiamo passato mesi di notti insonni a parlare della vita e a scoprirci simili. 

Abbiamo anche passato mesi però a discutere sulle differenze, a non trovare un punto di incontro su tante cose, all’epoca mi sembravano troppe. Spesso ho pensato non potessimo funzionare. 

Abbiamo imparato ad amarci lentamente, a capirci intimamente, a comprenderci, a plasmarci e ad accettare che non dovevamo per forza andare d’accordo su tutto. 

Una relazione interculturale è un viaggio in cui scopri un mondo nuovo, e questo viaggio devi affrontarlo spensierata, devi essere pronta ad ascoltare profondamente spegnendo il giudizio che spesso ci limita. Scoprirai cose meravigliose, con un fascino unico, e sentirai la necessità di andare a fondo. Scoprirai anche cose che non ti piaceranno, che non condividi e preferiresti allontanare. Ho imparato che devi andare a fondo anche in quelle. Devi capire se potranno mai entrare nella tua vita. Fare parte di te. Quando ho capito questo segreto, ho imparato a far funzionare bene la mia relazione. 

Spesso ci rifiutiamo di accettare ciò che si allontana dal nostro sguardo, perché non lo abbiamo mai vissuto e quindi è automaticamente sbagliato. 

Eppure oltre il nostro piccolo orizzonte c’è un mondo intero che vive una realtà completamente opposta alla nostra, ma perfettamente armonica e affascinante ugualmente.

Quando ho conosciuto Abib ero solo una ragazza di 23 anni, perennemente in cerca di sé stessa, spesso abituata ad avere tutto e ad apprezzare poco. Lui mi ha insegnato il valore di ogni cosa che ci circonda, anche la più piccola. Mi ha insegnato la gratitudine, il rispetto estremo verso ciò che ci è stato dato in questa vita, e la dignità silenziosa di chi non si deve accontentare mai.

Da lui ogni giorno imparo la dedizione e la fatica con cui si dovrebbe affrontare questa vita, senza mai scoraggiarsi, prendere sé stessi per mano e puntare dritti al proprio obiettivo.

Nonostante la vita non sia stata poi cosi generosa con lui, e gli abbia tolto troppo, lui è riuscito a costruirsi da solo il suo futuro. E oltre al grande amore che provo per lui, provo profonda stima e ammirazione.

Vivere in Italia non è per niente semplice. È doloroso vedere la persona che ami dover faticare quotidianamente per i suoi diritti. Abbiamo sempre condiviso tanti sogni e speranze per il nostro futuro insieme, e ogni giorno lottiamo per costruirlo, mattone dopo mattone, con dignità e fiducia che prima o poi vedremo realizzarsi davanti ai nostri occhi ciò per cui abbiamo lavorato.

Andare in Gambia è uno dei primi progetti, che purtroppo abbiamo dovuto rimandare per il Covid.

Non vedo l’ora di poter finalmente conoscere totalmente la sua realtà, vederlo nel mondo dove è cresciuto, poter finalmente abbracciare la sua famiglia e abbandonare le chiamate sbrigative in cui la mia timidezza prende il sopravvento. Ma soprattutto vedere lui finalmente felice e spensierato come merita di essere, nuovamente circondato dalle persone che ama e che ormai sono quattro anni che non stringe a sé e spesso traspare dai suoi occhi, quella malinconia di chi è lontano da casa da troppo tempo.

Posso solo augurarci di continuare a guardarci con occhi sinceri, non abbiamo mai avuto bisogno di troppe parole, pur parlando due lingue diverse ci siamo sempre capiti al volo e spero non perderemo mai quella scintilla.

Avevo programmato la mia vita con scrupolosa attenzione e sono davvero felice che invece la vita abbia deciso di sorprendermi e farmi questo meraviglioso regalo.

Con affetto, Stella Falqui

UN VISTO TURISTICO E L’ODISSEA DEI MAASAI IN VIAGGIO VERSO L’ITALIA

Far venire un maasai in Italia non è né semplice né scontato, si rischia di gettare un sacco di tempo, soldi in documenti, assicurazioni e biglietti aerei per niente!

Nei mesi precedenti al nostro matrimonio abbiamo iniziato la prassi di richiesta di tutti i documenti necessari utili a sposarci nel comune di Dar es Salaam in Tanzania, una volta sposati abbiamo richiesto la trascrizione della nostra unione al mio comune di residenza in Trentino tramite l’ambasciata italiana situata a Dar e fino ad organizzare e richiederne il trasferimento di William in Italia.

Inutile spiegarvi in questo articolo le difficoltà che si incontrano, il cartaceo da espletare o dove recarsi, in questi ultimi anni sono cambiate le leggi e per questo motivo è sempre bene rivolgersi agli uffici governativi della Tanzania o all’ambasciata italiana in modo da essere consigliati passo a passo correttamente.

La città di Dar es Salaam vista dal traghetto

Vi abbiamo parlato di noi in questo articolo: IL RACCONTO DI UN MASAI E UN’ITALIANA IN TANZANIA e vi abbiamo raccontato come è nato il nostro amore fino a decidere di sposarci e stare insieme per vivere il nostro futuro insieme, adesso vi spieghiamo quanto è stata sofferta e impegnativa la nostra scelta…

LA RICHIESTA DI UN VISTO D’INGRESSO IN L’ITALIA

Diventati marito e moglie io e William chiediamo un appuntamento presso l’ambasciata italiana, portiamo e rilasciamo i documenti necessari, abbiamo dovuto far tradurre il certificato di matrimonio dalla lingua swahili a quella italiana con la convalida timbrata da un notaio autorizzato presso gli uffici governativi a Dar es Salaam, una volta pronti l’ambasciata li ha registrati e inviati in Italia tramite posta certificata “pec”.

Troviamo una delle impiegate italiane molto disponibile e cordiale nei nostri confronti, ci aiuta a richiedere il visto appropriato che servirà a mio marito in partenza per l’Italia, tra la “tanta carta” ci compila un lascia passare scritto in lingua italiana, autorizzando e certificando il motivo del viaggio di Willy poiché quest’ultimo sembrava servire a non incappare in nessuna difficoltà all’espatrio.

Il tutto ve lo stiamo descrivendo tralasciando tutti i giri dei vari uffici che ci rimbalzavano da una parte all’altra durato settimane, le tantissime telefonate d’informazione, le “mance” sottobanco in aiuto a velocizzare le pratiche, come purtroppo sono abituati a ricevere, in cambio di non incappare in lunghe attese organizzate apposta ecc… ecc… ecc…

Terminato ciò che per noi sembrava diventato un lavoro, faccio ritorno in Italia con la tranquillità di sapere che Willy mi avrebbe raggiunto a distanza di due mesi intraprendendo questo viaggio da solo, io lo avrei atteso all’aeroporto Valerio Catullo di Verona. Mio marito parla la lingua inglese perfettamente, ero certa che avrebbe saputo sbrigarsela da solo senza bisogno del mio aiuto, nel mentre, io riprendo la mia vita e quotidianità in Italia.

IL VIAGGIO E LA PARTENZA DALLA TANZANIA

Tutto era pronto, il suo volo era confermato con partenza dall’Aeroporto Internazionale Julius Nyerere di Dar es Salaam il 24 giugno 2015 alle ore 18.00.

William si presenta al check in della compagnia Qatar con tre ore di anticipo, gli si presenta il primo problema, gli contestano il fatto che possedeva un biglietto di viaggio per sola andata, gli chiedono un ticket di andata e ritorno. Lui cerca di spiegare che avrebbe raggiunto la moglie in Italia per rimanerci a vivere. A quel tempo non sapevamo ancora che sarebbe nato il progetto di Maasai Travel Life, da sempre sapevamo che volevamo terminare la nostra vita in savana a casa maasai ma in quei favolosi anni pensavamo solo a vivere insieme.

Interviene il personale dell’ufficio immigrazione chiamato dalla compagnia aerea… Fortunatamente, trovandosi ancora a Dar Es Salaam, si spiegavano benissimo usando la loro lingua madre “swahili”, ma i minuti e le ore scorrevano velocemente…

Lo chiamavo e non rispondeva al telefono, ero preoccupata, ormai davo per scontato che qualcosa non stava andando per il verso giusto, avevo delle testimonianze di qualche amica, ero venuta a conoscenza delle difficoltà che avevano incontrato alcuni tanzaniani in partenza verso l’Europa.

Nonostante i lascia passare autorizzati, sono molteplici gli esempi che potrei descrivere riguardo alcuni maasai, una volta addirittura raggiunta la destinazione fuori paese d’origine, sono stati rimandati indietro senza un giustificato motivo. Finalmente riesco a parlare con mio marito al telefono, mi racconta dell’inconveniente e mi rassicura dicendomi che si era appena accomodato pronto a volare e mi saluta velocemente, l’aereo era già movimento e pronto al decollo.

Willy è riuscito prendere quell’aereo solo per aver avuto la prontezza di chiamare il numero di cellulare fornitole dall’ambasciata italiana in cerca d’aiuto, ringrazierà sempre la disponibilità ricambiata da chi si trovava dall’altra parte del telefono nel spiegare alle autorità aeroportuali che tutto era a norma e poteva partire.

Nel mentre un poliziotto, chiama il numero interno della compagnia aerea, chiede di attendere qualche minuto la partenza del volo, accompagnano William con urgenza facendolo salire a bordo di una delle loro auto di servizio, si scusano del disagio creatogli augurandogli buona fortuna e si salutano con un “kila la kheri (buona vita in lingua swahili).

I motori dell’aereo erano accesi, aspettavano Willy, abbassano la pedana, lo invitano a salire a bordo urgentemente, giusto il tempo necessario di prendere posto senza aver avuto possibilità di ascoltare la registrazione pre-partenza, quella che tutti noi conosciamo benissimo, le sarebbe tornata utile in caso di necessità o a rendersi conto che stava decollando per la prima volta in vita sua. Allaccia le cinture mentre il volo si solleva da terra, Willy non ha avuto nemmeno il tempo di realizzare che si trovava a bordo di un vero aereo che stava volando sopra la terra ferma.

Willy: siii… “mi trovavo proprio su quella grande cosa rumorosa che in savana sentivo spesso con il suo forte rombo, lo osservavo passare, lasciava una scia come a pitturarne il cielo, a volte lo vedevo nascondersi tra le nuvole, ma mai avrei pensato di ritrovarmici a bordo un giorno”.

Per la compagnia aerea e la Tanzania il problema stava nel fatto che il lascia passare dell’ambasciata era scritto solo in lingua italiana, lo avrebbero voluto in lingua inglese, riportando inoltre un comune visto turistico anziché un visto “visita a famigliari”… (ma era la prassi corretta).

In tutti i casi è cosa alquanto impossibile da avere affinché non ci si trovi in Italia o altrove, si deve prima avere la possibilità di arrivarci a richiederlo se si vuole ritrovarsi in mano un regolare permesso di soggiorno, solo allora riporterà la dicitura voluta e corretta; “CARTA DI SOGGIORNO DI FAMILIARE DI UN CITTADINO DELL’UNIONE”

A quel tempo nulla era scontato e sembrava che nemmeno un regolare certificato di matrimonio registrato in entrambi i paesi potesse bastare.

LO SCALO A DOHA

Il volo avrebbe fatto scalo a Doha-Qatar verso mezzanotte ed io con lui non avrei più avuto nessun contatto fino a quando non si trovava finalmente in Italia.

All’ultimo nostro incontro, gli avevo lasciato una sim-card Vodafone da inserire nel suo cellulare da utilizzare una volta arrivato a Roma. Gli avevo anticipato che in aeroporto avrebbe dovuto raggiungere il Gate prima possibile, non avrebbe avuto molto tempo a disposizione, solo un’ora, fortunatamente conosce e parla molto bene anche la lingua inglese. Mio marito prende le mie parole alla lettera, sapeva che doveva chiedere o controllare sul biglietto il suo numero di ticket confrontandosi con i grandi monitor che rilasciano il numero di Gate. Arriva con il fiatone dopo una continua corsa, è stanco, vorrebbe rilassarsi, ma gli agenti lo accompagnano all’ufficio immigrazione e si ritrova con lo stesso precedente problema da risolvere ricominciando tutto da capo….

Anche questa volta la fortuna lo ha assistito risolvendo il disagio velocemente grazie al suo buon parlato inglese e la compagnia aerea, Qatar, lo ha atteso partendo nuovamente in ritardo.

Atterra a Roma, all’aeroporto di Fiumicino, doveva solo prendere un volo interno con destinazione Verona e tutto sarebbe finito…. Aveva a disposizione tre ore di scalo che sarebbero dovute servire a rilassarsi e realizzare che si trovava in Italia e a pochi chilometri da noi.

L’ARRIVO IN ITALIA

Segue le persone e si mette in coda al controllo passaporti, un poliziotto lo guarda e gli dice:

tu siediti li! William si siede e abbassa la testa, passa un’ora ma nessuno delle forze dell’ordine gli si avvicina, prende coraggio, si alza, si dirige verso i poliziotti e pretende spiegazioni, a tono deciso e in inglese le rispondono di attendere ancora, Willy perde la pazienza, e sempre utilizzando la lingua inglese che in quel momento gli veniva e conosceva meglio rispetto a quella italiana dice:

ascoltate….. io devo salire tra poco su un volo che mi porta a Verona dove già ho mia moglie italiana che mi attende in aeroporto, se volete le telefono e ci potete parlare. Adesso vi mostro tutti i documenti regolari che attestano il motivo del mio viaggio, se volete farmi entrare in Italia bene, altrimenti sappiate che non sono scappato da casa mia e nessuno mi ha costretto a venire fino a qua, se non mi volete, per favore, me lo dite subito senza farmi perdere tempo e me ne torno a casa mia volentieri!

I due poliziotti si guardano senza rispondere niente e cominciano un giro di chiamate interne, Willy non era ancora così bravo a comprendere e parlare italiano, sentiva solo loro che parlottavano con un “chiamo su o chiamo giù” (che tra l’altro tradotto in lingua Swahili ha il significato contrario dal nostro italiano). Sentiva che uno dei due voleva mettere il timbro di lascia passare nel passaporto e un collega non era d’accordo…. Ha vinto il poliziotto che aveva il timbro in mano, ha timbrato aggiungendo…. vai!!!!

Era presente una signora italiana, ha assistito a tutta la scena, ne era rimasta sconvolta dal trattamento che le era stato riservato a mio marito, Willy passa la corda che delimita il passaggio, lasignora lo chiama, si parlano, lui le chiede dove deve dirigersi e Anna le risponde di seguirla, anche lei sarebbe stata sullo stesso volo, viaggiano insieme, ha trovato solidarietà ed aiuto da una sconosciuta italiana.

Atterrati a Verona Anna gli suggerisce di starle a fianco in modo di superare i controlli velocemente, tutto fila liscio, è arrivato. Grazie Anna!!

I nostri weekend in tenda in compagnia di altri maasai (Monte Bondone – Italia)

Inutile dirvi quanto sofferte per noi sono state quelle diciotto ore di viaggio, tra scali e paura per entrambi che qualcosa andasse storto, tutti e due con poche ore di sonno alle spalle. Ci abbracciamo increduli di avercela fatta e mi dice che vuole uscire da quell’aeroporto immediatamente.

Concordo senza esitare, ci dirigiamo alla cassa del parcheggio dove avevo lasciato la macchina, dovevo pagare, alle spalle sento rovistare, mi volto e noto Willy togliere dei documenti dallo zaino, chiedo se ha perso qualcosa, mi risponde che sta preparando i documenti da far visionare alla signora. Era così sconvolto e provato dai controlli subiti che non aveva capito che io stavo solo pagando il ticket del posto auto e che la sua “odissea” era finalmente finita.

Saliamo in macchina, prendiamo l’autostrada con direzione Trento, era la sua prima volta lontano dalla Tanzania… All’improvviso perde la parola, pensavo fosse colpa della stanchezza accumulata dal viaggio, non do peso al silenzio e proseguo alla guida. Arriviamo a casa, la prima cosa che incontra quando apro la porta è il mio cagnolino che ci corre a presso (un chiwawa), lo guarda e mi chiede se è un cane grande o un cucciolo, sorride si accomoda al divano e inizia a guardarsi attorno in silenzio.

Mi chiede dove si trova la stanza da letto, era davvero stanco, riposa qualche ora e al suo risveglio decidiamo di uscire. Pensiamo di visitare per prima la nostra città, adesso è diventata la sua seconda casa. Mi seguiva e mi ascoltava, ma parlava e chiedeva pochissimo, lo pensavo ancora sconvolto dal viaggio, stava in Italia da sole poche ore. La prima settimana trascorre velocemente tra un ufficio e l’altro già dal giorno successivo il suo arrivo come lo richiede la legge italiana.

La registrazione della sua presenza al comune di residenza andava effettuata entro le 48 ore dal suo arrivo, poi ci rechiamo all’ufficio immigrazione a richiederne una ricongiunzione famigliare, tra un appuntamento e l’altro ci prendiamo qualche spazio da passare in montagna o sulle spiagge dei nostri laghi in Trentino, abbiamo la fortuna di vivere a pochi minuti da tutto.

LA NOSTRA PRIMA VACANZA INSIEME IN ITALIA

Ormai eravamo in possesso della copia di richiesta del permesso di soggiorno così partiamo per una piccola vacanza sul Lago di Garda, avevamo bisogno di staccare la spina e stare insieme.

Pernottiamo in un campeggio, amiamo la vita all’aria aperta e vivere tra natura e semplicità.

Il posto e il panorama si affacciava direttamente sul lago, era tutto splendido ma il silenzio di mio marito persisteva, era disarmante. Io entro in crisi, inizio a elaborare pensieri negativi, mi chiedevo se forse avesse cambiato idea sul nostro amore, se non gli piacesse ciò che vede, se non fosse felice di essere con me in Italia e se magari gli stesse balenando l’idea di tornare a casa savana…. insomma quando ci troviamo comodi e tranquilli in spiaggia decido di parlare con lui.

Lago di Garda (Trento)

Gli spiego i miei cattivi pensieri, chiedo come sta e cosa lo stava turbando… mi prende tra le braccia e con il suo solito tono di voce tranquilla mi rassicura dicendo che tutto avrebbe pensato nella sua vita, ma che mai avrebbe immaginato che un giorno sarebbe arrivato in Italia, mi descrive il suo primo viaggio in aereo e quanto lo ha spaventato, mi descrive il momento del decollo, il forte rombo dei motori che gli pareva stesse esplodendo ritrovandosi a non voler guardare cosa stesse accadendo, non voleva guardare fuori dal finestrino, trovandosi chinato con il capo sulle sue ginocchia, a tranquillizzarsi solo nel momento in cui una hostess gli tocca una spalla chiedendo se volesse bere o mangiare.

Mi sentivo in colpa per non aver potuto raggiungerlo a fare quel viaggio della speranza insieme a lui, avevo poche ferie a disposizione e sapevo che dovevo conservarle per il suo arrivo, sapevo che potevo contare nella sua intraprendenza.

Prosegue il racconto…. uscito dall’aeroporto, non si immaginava un’Italia così, pensava ci fosse tanto cemento ed invece a casa nostra in Trentino, vedeva tanti boschi che le ricordavano la nostra foresta nei d’intorni di kiberashi, stava notando un ritmo di vita completamente diverso dal suo, stava realizzando che noi italiani non siamo poi tutti così ospitali e sorridenti come quando ci troviamo in vacanza a Zanzibar. Con molta delicatezza cercava di dirmi che non era molto entusiasta di tutto ciò che stava notando nei primi giorni di trascorso a Trento, era partito solo per stare con me e vivere il nostro rapporto insieme eliminando la distanza che ci separava.

L’INCONTRO TRA I DUE MAASAI

Circa un mese prima di William un’altro maasai sposato con un’italiana era arrivato in Italia, è un parente di mio marito che vive ad un paio d’ore da Trento, decido di telefonare alla moglie all’insaputa di Willy.

Inizio la conversazione confidandole il momento che stavo vivendo, lei mi conferma di aver provato le nostre stesse sensazioni d’impotenza nei primi dieci giorni di permanenza in Italia con suo marito, rilascio un sospiro di tranquillità e mi balena l’idea di organizzare un incontro a sorpresa ai due maasai, passando qualche giorno insieme in questa realtà così diversa dalla savana. Le invio la localizzazione del camping dove ci troviamo, concordando che avremo dormito tutti insieme nella nostra grande tenda, proprio come i maasai usano fare a casa loro.

Arriva il giorno tanto atteso, posteggiano l’auto dentro il parcheggio del camping, Willy stava ascoltando musica chiuso dentro la veranda della tenda, uso la scusante di aver bisogno di andare in bagno, invece era una scusante per assentarmi da sola, andavo a “prendere la sorpresa”. In compagnia degli ospiti ci avviciniamo a piedi e in silenzio alla nostra piazzola, faccio segno a Jacopo di proseguire avanti prima lui e….

William non se l’aspettava per niente, si sono salutati come solito usano i maasai, si sono abbracciati, si davano delle “pacche” sulla schiena in segno di gioia, erano felicissimi, noi emozionate e questo ritrovo a fatto tornare in Willy l’allegria e la simpatia di sempre.

ANDIAMO A GARDALAND

La seconda sorpresa fu di passare la serata a Gardaland “ahahaha”, ve li immaginate due maasai che dopo soli pochi giorni in Italia vedono un parco dei divertimenti del genere?

Beh…. io e la moglie di Jacopo ci siamo trovate sedute sul cavallino della giostra dei bambini che girava “ahahahah”, praticamente è stata la prima attrazione che abbiamo incontrato dopo l’entrata e scelta da loro, ancora non si rendevano conto di dove si trovavano. Niente in quel momento ci importava di chi ci guardava, oltre che dovete sapere che bastano solo due maasai insieme per sentirne lo stesso chiasso che riescono a fare dieci persone, incredibile….. quando parlano urlano e ridono a squarcia gola ininterrottamente…

Era tornata la gioia e la felicità che sempre conoscevamo nei nostri mariti.

Adesso William si è integrato perfettamente, ha nuovi amici e nuove prospettive di vita, da quell’anno 2015 gli anni sono corsi velocemente e noi siamo qui a raccontarvi della nostra vita tra Italia e savana…

Dite la verità…. vi ha commosso questo nostro percorso di vita?… Attendiamo la vostra risposta nei commenti, la vostra presenza e i vostri pensieri per noi sono fondamentali, ci date la carica di continuare a raccontare !!!

Se siete interessati a rimanere aggiornati sulla nostra vita in savana iscrivetevi al nostro blog, vi verrà inviata una email ad ogni nuovo racconto aggiunto, compila il modulo sotto, sarete i benvenuti, grazie del vostro sostegno…..

A presto, con affetto Cristina e William

LA CELEBRAZIONE DEI FUNERALI MAASAI: il racconto della morte di mio fratello al villaggio.

Era l’anno 2016 e io già vivevo in Italia, con mia moglie si erano organizzate le vacanze estive a casa savana in Tanzania in quanto si stava progettando di iniziare a costruirci la nostra casa come potrete leggere cliccando nel link:

Partivo felice poiché avevo da poco conseguito il diploma di licenza media e non vedevo l’ora di mostrarlo alla mia famiglia che non vedevo da più di un anno. Mio fratello non c’era, era andato a lavorare da una zia lontana da casa nostra ed era molto dispiaciuto di non poterci venire a trovare per passare del tempo con noi. La vacanza scorre felice tra famiglia e amici, la costruzione della casa stava prendendo forma ed eravamo soddisfatti ma il tempo scorre veloce e il nostro rientro in Italia si stava avvicinando. Decidiamo di partire per Dar es Salaam qualche giorno prima (la città dove si trova l’aeroporto). Essendo una città sulla costa e quindi ben fornita di negozi e mercati, volevamo riposarci qualche giorno al mare e acquistare dei regalini per i nostri parenti ed amici italiani.

Proprio in quei giorni mio fratello mi telefona e mi dice che è in viaggio per raggiungerci, non ci vedeva da anni e ci teneva almeno a passare qualche ora con noi prima del nostro rientro in Italia. Ricordo come oggi quella giornata insieme, al mercato ci comprammo due magliette uguali, che conserverò sempre con cura, comprò dei vestiti per la sua piccola Nasiyari, pranziamo insieme conversando tantissimo, andammo dal parrucchiere e fu una giornata indimenticabile poiché fu la nostra ultima volta insieme, era il 15 luglio 2016, si era festeggiato il compleanno di mia moglie da MacDonald’s, volevamo farle assaggiare il tipico hamburger, ricordo ancora la sua diffidenza al primo morso, ma ne rimase soddisfatto.

Che Moses si prendesse qualche giorno di ferie per stare con noi sembrava suggerito dal destino, come se già si sapesse che quella sarebbe stata l’ultima volta che ci si vedeva. In aeroporto ci siamo salutati abbracciandoci con un colpetto finale sulle spalle, abbiamo scattato un paio di foto e ci siamo seguiti con lo sguardo fino a quando si è potuto, questo è stato il nostro ultimo incontro.

Moses è il nome di mio fratello, la mia famiglia è molto devota e non potevano trovarne un nome più adatto, è proprio il nome che lo identificava, lui che ogni domenica leggeva la bibbia in chiesa e predicava la santa messa ai nostri villaggi, lui che aveva sempre un pensiero carino per tutti e ci teneva a far in modo che tutti stessimo insieme e vicino senza litigare, è nato cinque anni prima di me ed era “il mio fratellone” più grande della nostra numerosa famiglia composta da più femmine, adesso che lui se ne è andato mi sono rimasti solo due fratelli maschi, un fratello più piccolo e dei fratellastri.

Rientrato in Italia tutto proseguì come sempre, ci si sentiva tramite whatsapp inviandoci messaggi vocali o chiamandoci tramite la video chiamata, siamo una famiglia molto unita e la distanza ci tiene ancora più legati. Pochi mesi dopo in una delle nostre usuali conversazioni lamentava dei piccoli dolori alla schiena (così riferiva), nessuno aveva preso il lamento seriamente e lui proseguiva con il suo lavoro pensando non fosse niente di cui preoccuparsi. I maasai hanno una sopportazione del dolore fisico che non aiuta a comprendere nell’immediato se si abbia bisogno di un medico, di un ospedale o di nessuno.

Moses riuscì a trascorrere due mesi con il dolore in crescendo e così decise di lasciare il lavoro per rientrare a casa e riposare. Arrivò in tempo ad assistere alla nascita del suo secondo figlio (Jeremia) e noi nel frattempo lo invitavamo di rivolgersi a un medico. Improvvisamente faticò a respirare trovandosi obbligato a partire nell’immediato verso l’ospedale di Songe in compagnia di mio padre (c.a. un’ora di strada dal nostro villaggio). Le diagnosticarono una polmonite avanzata, entrò in coma e morì a distanza di una settimana. Il medico disse che era troppo tardi, le flebo di antibiotico non davano effetto e nonostante i loro sforzi non ci fu niente da fare, Moses ci lasciò tutti improvvisamente.

Di tutto ciò che stava accadendo io ne ero ignaro, ero impegnato in un nuovo corso studio in Italia e un tardo pomeriggio appena rientrato a casa accade qualcosa di strano. Vedo mia moglie rispondere al telefono ed uscire sul balcone, era il 21 dicembre 2016 ed a Trento le temperature scendono sotto lo zero in quelle ore. Esco e chiedo con chi sta parlando al freddo e a stenti mi risponde di attendere che poi mi avrebbe spiegato, in quel preciso istante stavo capendo che probabilmente mi avrebbe dato una brutta notizia…. Rientra in casa, si siede vicino a me, la conosco bene e noto il suo volto tirato, i suoi occhi già parlavano da soli e intravedevo una lacrima scendere, mi abbraccia forte e con la voce rotta mi dice:

“stavo conversando con tuo zio, mi ha spiegato che per vostra tradizione avrei dovuto farmi forza ed essere io a riportarti la notizia che non avrei mai voluto darti, in lacrime e tutto d’un fiato mi disse che mio fratello Moses non ce l’ha fatta e non sarebbe più con noi.”

Quel momento è stato terribile, mi trovavo a 9.200 km da lui e dalla mia famiglia senza aver possibilità economica di partire nell’immediato, eravamo a procinto Natale 2017 e un volo aereo sarebbe costato almeno Euro 1.200,00 mi tormentava il pensiero di non trovarmi a casa in quell’istante, stavo malissimo. Avevamo appena investito dei soldi nella nostra nuova casa in savana, dovevo ultimare un corso e non sapevo cosa fare.

A mio padre giunse la notizia che volevo tornare, mi telefonò, ci parlammo per moltissimo tempo e mi rincuorò dicendomi:

“figlio mio, se tu torni spendi un sacco di soldi per niente poiché tuo fratello indietro non torna, ora il figlio maschio più grande della famiglia sei tu e ne devi dare il buon esempio, tua moglie ti starà vicino, devi continuare a studiare che noi e Moses siamo fieri di te e ti sentiamo tra noi anche se non ci sei fisicamente. Vi vogliamo bene e tornate insieme appena potete che siete sempre i benvenuti e vi aspettiamo.”

Queste parole mi aiutarono a non fare nessun colpo di testa e di lottare portando avanti la mia quotidianità lontano da casa.

Mio fratello si trovava ancora in ospedale e si stava organizzando una macchina con il driver che riportasse la salma al villaggio di famiglia poiché i maasai e le tribù della savana non usano seppellire i deceduti in un cimitero comune, anche se i nostri due paesi più vicini quali Kiberashi e Gombero il cimitero esiste come da voi europei, ma per tradizione preferiamo sotterrarli in un terreno dedicato vicino al villaggio di famiglia per sentirli più vicino e andarli a salutare ogni qualvolta vogliamo senza avere il problema di lunghi spostamenti. Mi rendevo utile telefonicamente organizzando il necessario.

Gli amici e i parenti davano una mano scavando una profonda fossa nella terra nei d’intorni di casa, si è chiamato immediatamente il falegname che ci prepari una bara di legno, centinaia di persone ci hanno raggiunti sul posto grazie ai passa parola, la mia famiglia ha sacrificato una mucca per gli ospiti e molte donne si sono offerte di cucinare e preparare un chai di benvenuto a tutti i presenti che cercavano di dimostrare il loro affetto e sostegno grazie alla loro presenza.

Il giorno dopo l’arrivo, mio fratello venne seppellito, si recita una lunga predica pregando insieme a voce alta e ogni persona getta un ramo di foglie fino a coprirne la bara, da noi non si usano i fiori, forse non sono facilmente reperibili per la secca o comunque mai si è pensato, io ho scoperto questo rito in Italia. Ricoperta la buca di terra viene fatto un recinto di piante spinose in modo che passando nessuno calpesti involontariamente quella zona, oppure di rete per chi ha possibilità economiche e potrà persino costruirne una tomba in cemento e piastrelle ma per noi tribù della savana è ancora troppo costoso. Non si usano fotografie, forse perché da noi si è visto usare il primo smartphone nell’anno 2013 ma in tutti i casi crediamo che faccia stare più male dentro conservare una foto e guardarla, abbiamo la convinzione che il pensiero rimanga indelebile nel nostro cuore senza bisogno di piangere innanzi a una foto ricordo.

Un funerale costa caro anche da noi in Tanzania, la costruzione della bara, la macchina per chi è deceduto lontano da casa, pagare l’ospedale in quanto non è gratuito come in Europa, una spesa cospicua per dare il benvenuto agli ospiti che arrivano a salutare il defunto, una mucca o una grande capra da sacrificare, ci vogliono poco più di Euro 500,00 insomma come sempre al danno si aggiunge la beffa come si suol dire da voi…..

Terminata la cerimonia funebre della durata di qualche giorno, le persone iniziano a far rientro nei propri villaggi, cala il silenzio, il vuoto della sua presenza è incolmabile ancora oggi e mai si riempirà, i miei genitori a poca distanza di tempo hanno iniziato ad esternare il loro dolore fisicamente, mia madre porta ancora con se problemi al cuore e mio padre fu ricoverato in ospedale per problemi renali. Questo sicuramente è dovuto al fatto che non usiamo piangere o sfogarci in presenza di amici o famigliari, dobbiamo trovare la forza di accettare e superare questo duro momento di vita preferendo la compagnia dei vicini di casa e dei parenti che puoi stare tranquillo che mai ti lasceranno solo, affinché giorno per giorno ti vedranno reagire e vivere la vita di sempre.

Moses da qualche anno era felicemente sposato con Cecilia e padre di due figli piccoli che molti di voi hanno conosciuto in viaggio con noi a casa nostra. Nasyari quando è morto il padre non arrivava ai due anni mentre Jeremia è nato venti giorni prima dalla sua scomparsa.

Mio fratello stava assente per lavoro dei mesi sin dalla tenera età della piccola e tra l’altro Moses mi assomigliava così tanto che ad ogni mio ritorno dall’Italia in savana la piccola “Nasy” mi chiama felicemente papà convinta che io sia il babbo ritornato a casa dopo essermi assentato per lavoro, mentre Jeremia chiama papà mio fratello Jacopo in quanto è cresciuto con la sua assidua presenza al villaggio, questo in parte mi rattrista ma sarà il tempo e Dio a trovare la giusta soluzione a loro.

Io e Cristina da quel momento ci siamo promessi che avremo cresciuto quei due bambini rimasti orfani di padre con amore e saremo presenti in qualsiasi necessità, promettendoci che la nostra casa e il nostro sudato lavoro rimanga a loro in eredità con a capo Nasyari in quanto è la primogenita. La bambina essendo molto affezionata a Cristina sta imparando molto le vostre abitudini e il vostro stile di vita che servirà in futuro con il turista e in nostra assenza. Con mia moglie si è visto nascere e crescere questa splendida bambina, tra loro due è nato subito tanto amore tant’è che oggi, durante le video chiamate guarda Cristina con le lacrime agli occhi e chiede: “mamma quando vieni?” in italiano perfetto.

“Caro Moses, ti scrivo durante una quarantena obbligata in Italia in quanto ci troviamo nel mezzo di una pandemia denominata Covid19 e tutto questo tempo libero mi ha permesso di ricordarti e sentirti ancora più vicino di sempre, non preoccuparti di niente, noi siamo vicino ai tuoi figli, tua moglie e alla famiglia anche da lontano, da lassù prega che tutto vada bene in modo da poter raggiungere la nostra casa il prima possibile”!

Ti vogliamo tanto bene.

Ciao Cristina e William

ABITUDINI ALIMENTARI MASAI

I MAASAI NON BEVONO URINA;

Con il titolo di questo articolo, teniamo a precisare che il popolo maasai assolutamente non beve urina ne di capra ne di mucca come invece si sostiene in qualche articolo e post dove si “prova” a descrivere il popolo maasai !!

Navigando in Google e nei social, mi capita spesso di leggere articoli o informazioni inerenti il popolo maasai. Avendone sposato uno, convivendoci, e frequentando la terra maasai in Tanzania da dieci anni, mi chiedo come si possano divulgare informazioni che di tutto hanno meno che del vero. Si copiano frasi cambiando le parole, d’altronde le agenzie cercano tutte di tirare “l’acqua al proprio mulino”. Esiste inoltre una nicchia di persone che avendo visitato un villaggio maasai in sporadici periodi dell’anno, catturando qualche momento, ma divulgando informazioni e argomenti in modo scorretto o sbagliato. Questi esempi citati sono senz’altro dovuti alla mancanza del contatto e la frequentazione diretta di questo grande popolo maasai poiché documentandosi si darebbe occasione a lettori e viaggiatori di scoprire usanze e costumi di una cultura in fase di mutamento graduale.

ALIMENTAZIONE MAASAI:

La dieta maasai è ricca di carboidrati e proteine, si alimentano delle stesse pietanze a pranzo, a cena e nei giorni successivi senza bisogno di variare sapori come invece noi italiani siamo abituati. Il piatto primario dei maasai, è a base di polenta di mais bianco con una tazza di latte appena munto e della “emboga” (tradotto significa contorno di verdura), frutti di bosco, miele, Mihogo (sono radici di albero con il sapore delle patate bollite conosciute e denominate anche come magnoka). I maasai sono conosciuti come mangiatori di carne sia di capra che di mucca bevendone il loro sangue, ma in questi ultimi anni in Africa è in atto un mutamento climatico, e gli effetti di questa variazione sta influendo sul bestiame e di conseguenza il latte è divenuto un bene prezioso quasi raro quanto “l’oro”.

Le mucche stanno producendo molto meno latte a dispetto degli anni scorsi, tanto che;

A malapena è sufficiente per nutrire i vitelli, figuriamoci a soddisfare un Maasai che dipende da esso! Il latte è vita in savana e dopo i vitelli si da priorità a nutrire i piccoli bambini, dalla prima colazione, a dopo cena e la scarsa scorta di latte non permette sempre di soddisfare questi bisogni diventandone un problema preoccupante per tutti i villaggi della savana.

Molto difficile è invece che in casa maasai non si trovi un’ottimo “chai” caldo carico di “cucchiaiate” di zucchero… Io personalmente la definisco la bevanda più buona al mondo!

A causa di questo mutamento atmosferico, i masai stanno cambiando la loro alimentazione, lontana dai prodotti a base di lattosio dati gratuitamente dal loro bestiame e si stanno orientando sempre più verso il mais che la maggior parte di questo popolo coltiva insieme a patate e fagioli, mentre altri tipi di verdura devono essere comprate, in quanto necessitano di quantità elevata di acqua necessaria all’irrigazione nella crescita delle piante. Non sempre ci sono i soldi a disposizione per la spesa, non tutti i giorni si ha la possibilità di andare in città, i maasai vivono nella steppa e sono lontani da essa, e per questo motivo il pasto abituale dei maasai è una grande casseruola di alluminio colma di polenta o di una “kikombe” (tazza) di “chai” (foglie essiccate di te con latte bollito, nota bevanda usata dalla tribù maasai) o del te in mancanza del latte, dovendo rinunciare anche a un buon contorno di “emboga” ( (tradotto significa contorno di verdura).

IL TRADIZIONALE PASTO MASAI;

La polenta, detta “ugali“, è cucinata con farina di mais bianco senza sale, viene mangiata accompagnata da una tazza di latte con un tipo di verdura che in savana cresce spontaneamente e il sapore è paragonabile ai nostri spinaci, i maasai non usano spezie, ci aggiungono della cipolla fritta nell’olio fino a bruciarla e renderla di colore nero come se ne “esaltasse il sapore”, le verdure comuni che si trovano da noi in savana sono: patate, carote, peperoni,pomodori, spinaci e fagioli, nonostante l’Africa sia conosciuta per la quantità dell’ ottima frutta tropicale, da noi si trovano quasi esclusivamente solo la banane e le arance, mentre in altre stagioni e fino ad esaurimento scorte esistono anche mango, ananas, anguria, papaia e frutto della passione, ma attenzione…. terminate quest’ultime si dovrà attendere l’anno successivo!

E’ loro abitudine mangiare in compagnia e non necessariamente solo in famiglia ma anche solo tra amici o spostandosi nei vari villaggi adiacenti casa, in ogni capanna si è i benvenuti con una buona polenta calda, e non ci sono orari, si mangia quando si ha fame e anche più volte al giorno nell’arco dell’intera giornata, dove si trova cibo pronto ci si sente invitare con un “karibu sana” (benvenuti a pranzo) e guai provare a rifiutare, ci rimarrebbero male. Ci si siede sopra “olorika” (piccoli sgabelli tradizionali dei villaggi, sono di legno, molto comodi e fatti a mano) si forma un cerchio attorno alla pentola contenente la polenta di mais bianco appena cucinata e appoggiata in terra, con le mani si forma una pallina e una volta raggiunta la temperatura adatta si ingerisce.

In mancanza d’altro, i maasai mangiano solo polenta con una tazza d’acqua!

Il mais, necessario per cucinare “ugali” (polenta bianca), necessita d’essere macinato, pochi sono i macchinari esistenti, ad esempio tra Gombero e Kiberashi, quali cittadine più vicine a casa nostra, ne esistono quattro di queste macchine specifiche, sono costose d’acquistare, e le file di persone alla macina sono lunghe con l’attesa di oltre due ore ed è dispendioso, così come lo sono le verdure da acquistare. Spesso accade che il quantitativo da comprare non sia disponibile in quantità sufficienti a nutrire grandi famiglie, e in questi tristi episodi capita che mangino anche solo una volta al giorno se non addirittura niente rimanendo in attesa dei nuovi rifornimenti da parte delle bancarelle posizionate in strada. Non esistono negozi o supermercati in savana, “la spesa” è quanto la terra offre in base alle stagioni.

Pannocchie di mais bianco
Mais bianco coltivato dai maasai in savana

Il riso è un prodotto quasi di nicchia poiché il suo prezzo è elevato e per questo motivo viene consumato solo cogliendo le occasioni speciali come le cerimonie o la presenza di ospiti. Consideriamo che ad oggi che siamo vicini agli anni del 2020 a Kiberashi 1 Kg di riso costa c.a. € 1,50 cent. che si può paragonare tranquillamente al prezzo che si trova nei supermercati europei, per gli abitanti della savana è una spesa elevata considerando il loro basso stile di vita e anche la carne è diventata quasi un bene di lusso.

Pensiate inoltre che in questi tempi si comincia a reperire qualche cucchiaio, ma fino ad un paio di anni fa cercare di comprarne uno era quasi impossibile, se poi pensiamo alle forchette e ai coltelli da tavola è ancora più difficile, in savana si alimentano solo con le mani per qualsiasi pietanza.

SICCITÀ E DEFORESTAZIONE in savana (ANNO 2017):

Nell’anno 2017 la Tanzania è stata colpita da una forte siccità causa la mancata tradizionale stagione delle piogge che in genere ha inizio dal mese di marzo terminando verso la fine del mese di maggio. La secca non ha lasciato scampo nemmeno al bestiame che abitualmente si nutre di erba e di acqua, i risultati sono stati drastici per tutto il popolo che abita la savana.

Nel nostro villaggio maasai sono decedute c.a. quaranta mucche e mancate altrettante capre e pecore, altri villaggi sono rimasti a zero capi di bestiame e adesso per cause di forza maggiore, mucche e capre vengono macellate solo quando c’è bisogno di nutrire molte persone, come ad esempio in occasione delle cerimonie maasai, in presenza di qualche famigliare che non sta bene o vendendole ai mercati solo in caso di necessità economica.

Le nostre mucche ridotte "all'osso" !!!
Le nostre mucche senza cibo!

Anche la deforestazione ha comportato la perdita di ampie aree di pascoli su terreno agricolo, questo sta diventando un problema non solo aumentando la pressione sul loro stile di vita pastorale ma creando persino forti litigi tra proprietari di terreni e le comunità.

I guerrieri maasai in questi ultimi tempi trascorrono la maggior parte dell’anno lontani da casa con il bestiame in cerca di terre “verdi” lasciando a casa pochi capi tra mucche e capre necessari alla munta di qualche tazza di latte, oppure lavorano in città e località turistiche giusto da avere maggior introito di denaro utile a poter aiutare le loro famiglie a “sfamarsi”.

Sempre lo stesso anno 2017 il popolo residente in savana ha vissuto un duro colpo anche sull’agricoltura in assenza della stagione delle piogge, interi campi di mais, fagioli, patate, cipolle ecc. si sono completamente bruciati dal sole e dalla siccità. Alcuni villaggi pur avendo denaro non trovavano niente da mangiare nemmeno comprandolo e in molti hanno persino dovuto soffrire la fame causa il meteo. Ora e a dispetto dell’anno 2017 sta piovendo anche quando non dovrebbe ma bestiame e agricoltura finalmente sono in crescita. 

I maasai bevono sangue di mucca e capra;

Nella cultura maasai e per tradizione, le donne mangiano con le donne, gli uomini mangiano con gli uomini, solo i piccoli bambini e ospiti non appartenenti al popolo maasai possono mangiare con chi preferiscono.

“Ora leggendo immagino che vi starete chiedendo il motivo, o forse direte che non è una bella cosa”, ma non è così”…..

Provate invece a vivere la situazione serenamente esattamente come un maasai, dovete pensare che anche la nostra cultura in determinate circostanze fa sorridere loro, semplicemente siamo nati e cresciuti in mondi e modi di vivere differenti e con questo non vuol dire che in entrambi i casi non ci sia armonia pur mangiando separati, questa usanza è solo una profonda credenza maasai.

In occasione di qualche festa, i maasai si ritrovano in foresta nella preparazione della carne, sono anche a centinaia, si dividono i compiti ed è incredibile come mucche e capre vengono macellate, usano un modo che definirei quasi professionale senza avanzarne nemmeno lo zoccolo dell’animale, dividendo le parti destinate tra guerrieri, anziani, donne e bambini, poiché portando avanti la tradizione e cultura maasai che si differenzia in ruoli e mansioni diverse tra loro. Lo stomaco di una capra è destinato agli uomini con il tradizionale brodo di carne mescolato con delle radici d’albero specifiche che fungono da medicinale e secondo le loro credenze è curativo per lo stomaco. Alle donne sia giovani che anziane è riservata la parte più buona, lo scamone.

grigliata masai
Maasai grigliano carne di capra appena maccellata

Il sangue della mucca e della capra è per un maasai una bevanda ad alto contenuto proteico , ricostituente ed energizzante. E’ curativo come per noi una vitamina, dicono sia una bevanda molto dolce e squisita, aiuta a rinforzare le loro difese immunitarie donando loro più forza. Quando ad esempio un bambino sta male viene sacrificata una capra appositamente per lui prelevandone il sangue, che mescolato con del latte sembra dia lo stesso beneficio dell’antidolorifico, oppure in caso di rottura ossea, bevono”olio di pecora” (questo è il termine usato dai masai).

La pecora della savana ha la coda a forma di un triangolo ad alto contenuto di grasso, viene pelata, dopo di che viene deposta in una casseruola aggiungendo pochissima acqua, si lascia andare a fuoco lento fino a diventare una sostanza oleosa e molto concentrata, si lascia riposare qualche ora a fino ad arrivare a temperatura ambiente e poi la si da al bisognoso. Gli effetti collaterali che possono insorgere sono nausea, diarrea o anche niente. (Di credenze curative maasai ne parleremo entrando nello specifico in uno dei prossimi articoli).

Foglie di te con late bollito, nota bevanda usata dalla tribù maasai
Chai maasai

LA MIA ESPERIENZA DA ITALIANA CON IL CIBO MAASAI:

Se c’è una cosa che in savana mi ha stancato è proprio il cibo, si mangiano sempre le stesse cose, le donne maasai a casa mia sono molto brave a cucinare ed ognuna si diversifica nella propria ricetta, ma viverci non è come passarci un mese o qualche giorno in vacanza.

In savana non si trovano i supermercati con la scelta variegata di cibo, non esistono formaggi o affettati bensì solo bancarelle di frutta e verdura non sempre forniti e qualche negozietto dove si vende farina, zucchero e riso. Non sapete quanto ho apprezzato chi è riuscito a venire a trovarmi con il salamino piccante e del formaggio grana Trentino, non sentivo quei sapori da un anno e quel momento è stato una goduria al mio palato.

Quasi ogni settimana i villaggi vicini a casa nostra si alternano sacrificando una capra e dividendola con chiunque si trovi nei paraggi, Willy partecipa volentieri, tanto poi quel turno toccherà anche a lui e riesce sempre a farmene una sorpresa portandomi una fetta di carne della parte più buona dell’animale tagliata a modo europeo, lui sa bene quanto mi mancano i sapori della mia cucina italiana e finalmente posso cucinarla a modo mio, non che la carne “alla maniera maasai” non sia buona, solo che trovandomi da sola in mezzo a loro non sto a spiegare che non mi piace la carne cotta semi cruda o che ho paura mi possa fare male e così evito poiché non sono nemmeno appassionata di carne.

Forse a voi questo potrebbe suonare come una lagna ma in realtà anche questa è una delle tante sfide e rinunce che ho abbracciato per vivere quella vita nel bel mezzo del niente ma che mi sta arricchendo moltissimo d’animo.
Voi avete mai mangiato del cibo maasai? Siamo curiosi di saperlo… raccontateci la vostra nei commenti 👇👇👇

“Quando ci venite a trovare non vi dimenticate di portarmi una confezione di caffè italiano e qualcosa di gustoso, vi ringrazio in anticipo” 😁😁

By Cristina e William

Venire a trovarci in savana non è solo un viaggio nuovo e autentico carico di emozioni, significa portare monetizzazione e lavoro agli abitanti che la popolano.

VI ASPETTIAMO IN MEZZO ALLA TRIBÙ’ PIÙ’ CONOSCIUTA AL MONDO…. IL GRANDE POPOLO MAASAI DELLA TANZANIA !!

DAI UN’OCCHIATA ALLA NOSTRA STORIA :

ARRIVARCI E CONTATTO:

By Maasai Travel Life

“UN SOGNO DIVENTATO REALTÀ’ IN TANZANIA”…. Ringrazio mio marito maasai!

Quando misi piede nella vera Africa in savana mi ritrovai in un vero villaggio masai come da sempre sognavo di visitare, ma mai in vita mia avrei pensato di arrivarci davvero!

IL MIO PRIMO VIAGGIO NELLA SAVANA IN TANZANIA

Mi ci portarono dei masai che avevo conosciuto nella mia prima vacanza a Zanzibar e mentre eravamo in viaggio con l’autobus che attraversa la savana ….

uno di loro mi dice; Cristina…. la mia unica preoccupazione per te è che da noi al villaggio masai non esiste un frigo. Io sorrisi e le risposi che non sarebbe stato assolutamente un problema…

dentro di me ho pensato; fosse solo questo il problema principale, non so nemmeno dove sto andando e cosa troverò!

Arriviamo al villaggio maasai dopo ben sedici ore di viaggio con un autobus che lo vedevo “rotto” solo a guardarlo. Attualmente le cose si sono evolute, ma dieci anni fa quando si saliva in uno di questi bus tanzaniani si faceva il segno della croce prima di salire e un’altro prima di scendere, ringraziando Dio che era andato tutto bene.

In una occasione viaggiando con la mia amica Marta abbiamo rischiato il ribaltamento del mezzo per ben due volte nella tratta tra il Distretto di Kiteto nella regione Manyara e il Distretto di Kilindi nella regione di Tanga in Tanzania, eravamo dirette a Dar es Salam. Ci abbiamo impiegato ben tre giorni di viaggio con sosta obbligata a passare le notti in una Guest-House ad Handeni, non tornerei a dormire in quel “postaccio” nemmeno se fossero loro a pagarmi!

Quel bus causa guasti imprevisti era bloccato o non funzionante ogni istante del il viaggio e stavamo percorrendo una strada sterrata che chiamarla disastrata è poco, eravamo sedute vicino e all’improvviso ci siamo trovate nel bel mezzo di vetri frantumati senza nemmeno avere il tempo di capire cosa fosse accaduto e da dove provenivano. Era esploso un finestrino, il bus si ferma, arriva l’autista, ci fa alzare e con le mani nude si mette a spazzare i sedili come se al posto dei vetri ci fosse semplicemente della polvere, io e Marta eravamo “scioccate”, terminata la pulizia durata forse due minuti, ci fa accomodare e lo stesso mezzo riprende la sua corsa come niente fosse accaduto.

Per non farci mancare nulla quel giorno pioveva e il fango sul manto stradale rendeva tutto più difficile e pericoloso, in alcuni istanti il bus scivolava, usciva dalla traiettoria di marcia ma fortunatamente si fermava “incastrandosi” in qualche dosso a lato strada strada, così ancora fermi, tutti scendevano e aiutavano lo staff dell’autobus a scavare nel fango e a spingere per farlo ripartire, le ruote slittavano e insomma è stato un viaggio devastante.

Nel mentre dal finestrino notavamo altri autobus locali completamente ribaltati a bordo strada, macchine bloccate nel fango che impedivano il passaggio. A quel tempo i bus viaggiavano a velocità impensabili persino in discesa e nei tornanti. Fortunatamente da due anni a questa parte il governo ha inserito nel codice stradale il limite di velocità massimo a 50 km orari, e funziona, poiché i controlli stradali sono a tappeto con molteplici posti di blocco, come ad esempio in tutto il tragitto da Dar es Salam sino a casa nostra, i limiti vengono ovviamente rispettati altrimenti scatta la contravvenzione da saldare subito e… “senza ma o senza mo!

Per questo motivo si sconsigliano viaggi nella savana in Tanzania nei periodi delle forti piogge che in genere vanno da Aprile a fine maggio, informatevi prima di intraprendere questi tipi di viaggio!!

Se dovesse accadere una situazione simile al giorno d’oggi anche in savana arriva il l’autobus sostitutivo, basti avere la pazienza di attendere qualche ora, che tra l’altro rende il viaggio avventuroso, ma a quell’epoca non esisteva questa alternativa e si rischiava di passare la notte sullo stesso autobus!

DORMIRE IN CAPANNA MASAI (Tanzania)

Ma torniamo a noi….. Arrivata al villaggio maasai mi viene presentata “la capanna” che mi avrebbe ospitato un mese, era la mia prima volta e da sola, non sapevo e non conoscevo niente di un villaggio masai, non riuscivo a chiedere niente, mi sarei sentita “stupida” poiché sapevo che sarebbero state domande che loro non si ponevano, non avrei avuto la risposta che cercavo, ero io a casa loro.

Un mattino dopo le prime cinque notti passate in capanna mi svegliai con il “diluvio universale”, entrava acqua da tutte le parti, io mi agitai ed i maasai mi guardavano divertiti, ero arrabbiata ma quando li vedevo ridere causa la mia reazione non riuscivo a reagire, avrei voluto andarmene subito, ma non potevo dirlo, loro con me erano gentili e felici di avermi come ospite, non accade ogni giorno di avere un’ospite bianca in un villaggio masai che dorme a casa loro.

Mi avvicinai alla porta d’uscita, fuori sembrava ci fosse il mare, pioveva forte ed io pensavo;

“no, no, no non ce la posso fare a stare qua” !!!

I miei piedi erano inzuppati di fango con un mix di sterco di mucca, dovevo andare in bagno, ovviamente si trovava in foresta e a ciel sereno, mi indicarono la strada, misi un piede fuori e le mie infradito mi tradirono, feci una scivolata a terra tra melma e sterco di mucca, non serve dica come mi sono conciata, ero “incazzatissima”, ma non era colpa loro.

Ovviamente la loro risata infinita mi faceva ancora più arrabbiare e in quell’istante era tanta la voglia di mandarli a quel paese, ma mi sono trattenuta. Arrivò la mamma masai, mi guardò ridendo anche lei, mi disse pole sana (=mi dispiace), se ne andò ritornando poco dopo con un secchio d’acqua, mi disse di lavarmi tranquillamente in casa (tanto la terra del pavimento era già bagnata), rimasta sola iniziai la specie di doccia che non sapevo da che parte iniziare, dovevo scendere con le mani nel secchio e lanciarmi l’acqua addosso, a dirsi sembra facile ma vi assicuro che è stata un’impresa.

Nel mentre le giornate volavano immersa nella loro quotidianità tra donne, bambini, bestiame, animali che non conoscevo, natura e vita all’aria aperta che cominciava a non dispiacermi affatto. La curiosità era sempre più grande, rendendomi conto che in realtà il problema era solo mio e dovevo imparare a rendermi autonoma.

IL RITORNO DOPO UN MESE DI SAVANA IN TANZANIA

Rientrata in Italia ho avuto modo di rielaborare tutta la mia esperienza in savana e la nostalgia era tanta nonostante le difficoltà incontrate. Conobbi il mio attuale marito masai in una di queste circostanze in savana e non avrei mai creduto di diventarne sua moglie, anzi non ci pensavo proprio.

Mentre ero in Italia ricevevo qualche messaggio da William, ma tipo ogni due mesi, mi chiedeva come stavo, sino ad arrivare ad occupare le ore in chat con lui, il telefono era l’unico mezzo che ci permetteva di mantenere il contatto e non ci si poteva telefonare per sentire la voce, WhatsApp non aveva ancora la chiamata vocale o la video chiamata e Willy possedeva un cellulare che ancora adesso mi chiedo come potesse funzionare, sentirsi senza applicazione era impensabile visti i costi elevati.

Come già vi ho accennato in altri nostri racconti, che potrete leggere cliccando nei link in seguito:

Non ero intenzionata ad avere un rapporto a distanza senza avere la possibilità di viverlo giorno dopo giorno, e l’unico modo era sposarci. Gli ostacoli non sono stati pochi ad iniziare dalla richiesta dei documenti. Le informazioni che davano gli uffici informazioni sia dall’Italia che dalla Tanzania erano tante e non corrette ma alla fine ci siamo riusciti contattando l’ambasciata italiana in Tanzania e dirigendoci personalmente negli uffici del governo a Dar es Saalam.

LA PAURA DI SPOSARE UN MASAI

In Italia raccontai che mi sarei sposata solo a pochi amici molto stretti, sapevo bene che avrei avuto dei disaccordi e dei pregiudizi che non avrei accettato.

Alcuni amici mi dissero;

“non siamo contrari alla tua scelta di vita ma tieni presente che la maggior parte di loro fa questo grande passo per soldi o per avere la cittadinanza italiana” …

Uno zio mi disse;

“non portare negri a casa” … ecc… ecc… ecc….

Questi commenti facevano male al cuore, nemmeno conoscevano la persona che stavano menzionando. I miei genitori erano morti da soli due anni, non dovevo giustificare niente a nessun’altro e in questa occorrenza capii che la maggior parte delle persone è solo pronta a criticare ma in altre circostanze non è nemmeno in grado di chiederti come stai, parenti compresi.

“A questo punto mi sono detta; Cristina, bambini che piangono a casa ad attenderti non ne hai, una famiglia vicino non c’è (solo una sorella ed una nipote cui erano d’accordo) e quindi di ciò che pensa il resto della gente te ne devi fregare, così lasciai tutti a bocca aperta mettendoli a fatto compiuto! Ci siamo sposati”.

La nostra decisione ormai era presa, mio suocero non era d’accordo, voleva che il figlio sposasse una donna masai e soprattutto aveva paura che in Europa William potesse cambiare perdendo le sue origini e tradizioni masai. Fissammo la data del nostro matrimonio e fu celebrato nel comune di Dar es Salam il 7 gennaio 2015, non invitai nessuno e ugualmente ero consapevole che nessuno sarebbe venuto, erano presenti solo alcuni amici masai e la mia testimone e amica italiana.

IL NOSTRO RAPPORTO

Non nascondo che la paura di sbagliarmi era tanta, saremmo diventati marito e moglie per la vita, mi facevo un sacco di domande e avevo paura che l’uomo con cui stavo per compiere il passo più importante della mia vita potesse magari cambiare e diventare diverso nel tempo. Sono figlia di divorziati e non volevo ripetere il passato della mia famiglia.

In vita mia ho vissuto una serie di sfortune, una attaccata all’altra, tante delusioni e amarezze, ma non solo in amore o dovute alla perdita dei miei giovani genitori. Da casa della mia famiglia d’origine me ne ero andata ai 18 anni compiuti, se tornassi indietro lo rifarei, sono maturata imparando a vivere e a non sentirmi sola raggiungendo presto una grande autonomia.

Al contrario di altre esperienze conosciute personalmente di matrimoni misti, devo dire di non aver mai sentito la diversità di cultura che spesso sento parlare, non mi sembra ci siano mai state occasioni da farci sentire tali, ma piuttosto siamo riusciti a costruire il nostro rapporto basato sull’amore, sull’onestà ed il rispetto reciproco dialogando molto e crescendo insieme andando entrambi nella stessa direzione con dei forti obbiettivi che ci legano oltre l’amore. Siamo riusciti ad ambientarci ed integrarci nei nostri due diversi mondi e modi di vivere grazie alla nostra apertura mentale e la voglia di conoscere insieme.

Sto scoprendo solo adesso la grande complicità e fiducia che ci lega, guardando il mio passato m’accorgo quanto sono cambiata grazie a mio marito. Con lui ho scoperto cosa significa e come ci si sente ad essere serena, tranquilla, amata, mi ha ridato la carica che non sapevo d’avere, ed è sempre al mio fianco nel bene e nel male.

VOGLIO VIVERE IN SAVANA (Tanzania)

La scelta della nostra nuova attività al villaggio masai è arrivata insieme, lui ha sempre saputo quanto amo la savana, è al corrente di quanto io sia consapevole del “pro e del contro” .

Quando decisi di trasferirmi a vivere in savana un anno filato notavo mio marito molto preoccupato, pensava a come avrei affrontato il periodo delle forti piogge in savana, come avrei passato le giornate, alle difficoltà che avrei incontrato, una lingua completamente diversa, le fatiche fisiche e a come me la sarei potuta cavare in un mondo completamente diverso al nostro.

Volevo provare questa nuova sfida con me stessa e capire se quel posto fosse davvero il mio futuro. Inizialmente stava sempre al mio fianco cercando di non farmelo notare, mi insegnava a rapportarmi con gli abitanti della savana, mi coinvolgeva nella sua quotidianità, mi correggeva se parlavo masai o swahili in modo errato, mi portava in moto nella savana rispettando la mia grande paura di andarci causa un incidente avuto anni fa e sempre in savana, fino a quando ha capito che in quel posto e con la mia nuova famiglia ci stavo veramente bene.

A casa savana sono riuscita a crearmi dei legami d’amicizia e affetto oltre la famiglia masai, riuscendo a spostarmi da un villaggio all’altro con naturalezza quasi come ci fossi nata e cresciuta.

William nel mentre mi faceva notare quanto stavo imparando, spesso mi diceva che mi vedeva serena e diversa rispetto alla mia vita in Italia, mi riportava che amici e vicini di casa le dicevano che mi vivono come una di loro e leggevo la soddisfazione nei suoi occhi mentre lo raccontava.

In questo mio marito ha ragione, con lui e nella vita in savana mi sento una persona diversa, riesco ad inventarmi e ad esprimermi come meglio credo senza paure, mi sento realizzata interiormente e riesco ad esternare i miei sentimenti con la mia vera personalità!

Arrivati ad oggi e dopo quasi dieci anni di conoscenza voglio dedicare questo scritto a mio marito e ringraziarlo.

Grazie William sei l’uomo che sempre ho sognato di avere al mio fianco e che grazie a te ho la forza di realizzare il desiderio di vivere la mia vita dove e come ho sempre sognato, in Africa, e ora sono consapevole che sarà la savana in Tanzania con te e la nostra grande famiglia masai!

 

Speriamo che questo racconto ti sia piaciuto e di averti presto nostro ospite a casa masai.

A presto,

Cristina e William

 

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Kiberashi, Tanzania